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Definì le sorelle 'mafiose' ma per il pm è 'diritto di critica'

webinfo@adnkronos.com (Web Info)
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Definire su Facebook "mafiose" tre sorelle incensurate, tre imprenditrici agricole che da sempre lottano contro il malaffare e contro i boss "non è diffamazione" ma "rientra piuttosto nell'ambito del diritto di critica". A scriverlo, nero su bianco, è il pm della Procura di Termini Imerese (Palermo) Chiara Salerno Cardillo, che ha chiesto al gip l'archiviazione del procedimento a carico di Giorgio Ferlisi, il presunto autore del post in cui definisce le sorelle Irene, Marianna e Gioacchina Napoli di Mezzojuso (Palermo) delle "mafiose". Secondo il sostituto procuratore "l'utilizzo di espressioni forti e, come nel caso di specie, offensive - scrive il pm nella richiesta di archiviazione di cui l'Adnkronos è in possesso - non è di per sé idoneo a nuocere alla reputazione del destinatario dal momento che ogni utente della rete deve sapere distinguere tra contribuiti 'esperti' e recensioni sommarie, oggi consentite sostanzialmente a chiunque". Da ciò, secondo il pm "deriva una inevitabile riduzione dell'efficacia informativa dello strumento 'Facebook', trattandosi di una piattaforma web aperta a ogni contributo e contenuto, circostanza di cui gli utilizzatori sono naturalmente a conoscenza. Si aggiunga inoltre che il privato che ritenga di chiedere alla piattaforma in parola la rimozione di contenuti sgraditi, ha facoltà di farlo con strumenti autonomi". Ecco perché il pm ha ritenuto di chiedere l'archiviazione della querela presentata dalle sorelle Napoli dopo la pubblicazione di diversi post, seguiti alla trasmissione 'Non è l'Arena' di Massimo Giletti che in passato aveva fatto una intera trasmissione da Mezzojuso.

Secondo la Procura, inoltre, nonostante il post sia firmato, "non è possibile risalire con certezza all’identità dell’utente Facebook, in quanto, trattandosi di un portale di proprietà di una società americana non sarebbe possibile acquisire informazioni, nemmeno su richiesta di rogatoria" e che "comunque, si applicherebbe la normativa americana, e nello specifico il I emendamento Costituzione Americana".

Ma chi sono le sorelle Napoli? Irene, Gioacchina e Anna vivono nel piccolo centro in provincia di Palermo, per anni 'feudo' del boss mafioso Bernardo Provenzano, che qui si nascondeva e fissava appuntamenti e che qui aveva complici e sostenitori. Le imprenditrici agricole hanno detto di no alla mafia dei pascoli, e da anni sono in trincea contro i clan, subendo ogni tipo di angheria. Le sorelle hanno ereditato dai genitori 90 ettari di terreno coltivato a grano e fieno, Ma negli anni hanno avvelenato i loro cani, "hanno lasciato delle pozzanghere di sangue", raccontano e "hanno rotto le recinzioni e hanno mandato vacche, pecore e cavalli a distruggere tutto". “Prima si sono presentate delle persone per offrirci cinquemila euro all’anno, tanto secondo loro vale la gestione dell’azienda – hanno raccontato in passato le sorelle – Ci offrivano pure dei buoni consigli per portare avanti il lavoro. Perché noi siamo femmine. Ma io gli ho detto: “Prima comandava mio padre, ora comandiamo noi”. Ed evidentemente non se lo aspettavano, dalle parole sono passati ai fatti”. Da qui le minacce. Ma loro non hanno mai ceduto.

Tra mille difficoltà. E hanno denunciato chi le prendeva di mira. Anche su Facebook. Come avrebbe fatto Ferlisi, titolare di un bar a Mezzojuso che il 29 novembre 2020, secondo quanto denunciano le sorelle Napoli, avrebbe scritto, dopo la trasmissione di Giletti: "Buffone, paghi le persone per dire il falso. Buffone, Giletti, sei un mistificatore della realtà e le sorelle Napoli sono mafiose... Ora come avete già fatto chiudetemi il bar sbirri corrotti perché questo siete corrotti". Nel febbraio 2020 l'autorità giudiziaria aveva chiuso per dieci giorni il bar di Ferlisi perché, come si evince nell'atto degli investigatori, "era frequentato da pregiudicati".

Ma secondo il pm le frasi dell'autore del post non sarebbero diffamatorie. Da qui la richiesta di archiviazione. Le battagliere sorelle Napoli, però, attraverso il loro legale, l'avvocato Giorgio Bisagna del foro di Palermo, che da sempre è al loro fianco, hanno presentato opposizione. Per il legale "tutte le argomentazioni sviluppate dal pm meritano forte censura". E dice all'Adnkronos: "Questa richiesta di archiviazione, se dovesse essere accolta, renderebbe Facebook e i social un vero e proprio Far West senza regole e senza possibilità di tutela dei più deboli, e sancirebbe la vittoria degli haters del web".

Nella opposizione il legale scrive: "Va rilevato innanzitutto come l’assunto circa l’impossibilità ad accertare l’identità digitale di un utente Fb sia palesemente smentito dalle migliaia di procedimenti penali che ogni giorno affollano le aule di giustizia. I comparti di Polizia Postale sono ormai estremamente esperti nel rintracciare i responsabili di cyber reati, e sicuramente, quelli relativi alla diffamazione a mezzo social, sono sicuramente di minor impegno tecnico rispetto a quelli relativi a pedofili, terroristi e altri che popolano il cosiddetto “deep web” e ciò nonostante vengono identificati e perseguiti". Per l'avvocato Bisagna "in ogni caso, il pm non si è curato minimamente di dare una delega di indagine agli organi di Pg per verificare l’identità del soggetto che ha postato i messaggi oggetto di querela". "Non pare, allo scrivente, che definire, davanti ad una platea di migliaia di persone, le parti offese, in maniera del tutto gratuita, come mafiose sia “insostituibile nella manifestazione del pensiero critico”, vieppiù ove si consideri il vissuto personale delle parti offese, meglio chiarito nella querela".

Sulla vicenda interviene anche Massimo Giletti, che si dice "molto amareggiato" per la richiesta di archiviazione presentata dalla Procura di Termini Imerese nei confronti dell'autore del post su Fb. "Per me - dice Giletti all'Adnkronos - è un grave passo indietro. Vivo questa vicenda con personale dolore". E ricorda la serata in cui venne fatta la trasmissione proprio a Mezzojuso, in piazza. "E' stato molto complicato fare la trasmissione - dice - E ora sentir parlare dal magistrato di 'diritto di critica' a uno che definisce 'mafiose' le sorelle Napoli fa veramente male. Sappiano le sorelle Napoli che non sono e non saranno mai sole nella loro battaglia, mai". Poi parlando dell'autore del post, a cui fu chiuso il bar per dieci giorni perché ospitava dei pregiudicati, dice: "Per questo provo dolore, non si può non vedere da chi provengono quelle accuse".

E aggiunge: "Chi ha avuto il coraggio di parlare e di affrontare la piazza come le sorelle Napoli deve essere tutelato e difeso. Non dimenticherò mai che venne anche bruciata l'auto a Salvatore Battaglia (l'agente assicurativo che da sempre si è schierato pubblicamente con le sorelle Napoli ndr). E ricordo che il mio editore Cairo si era subito detto disponibile a comprare una macchina nuova a Battaglia perché disse: 'Bisogna sostenere chi si ribella alla mafia'. Questo mi aspetto dalla magistratura". E ricorda anche che nei giorni scorsi lo stesso Giletti è stato rinviato a giudizio "dopo una querela del sindaco Giardina. Io vedo che sono bersagliato e che si tenta di portarmi a processo. Per carità, sono uno che non ha paura di affrontare queste fatiche. Ma per me è un grave passo indietro". Adesso la parola passa al gip che dovrà decidere se accogliere la richiesta di archiviazione del pm o fare proseguire le indagini.