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Sakharov, la memoria dimenticata da un Paese in crisi

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Andrei Sakharov è la memoria che i russi hanno dimenticato, il leader morale che hanno perso troppo presto. Nell'anno in cui ricorre il centenario della sua nascita, non sono molti a ricordarlo nel suo Paese. L'anima razionale, critica e rivolta all'Occidente sembra aver lasciato poche tracce. Non ne ha certo lasciate nel regime, che pure ha usato come riferimento l'altro grande dissidente di epoca sovietica, Aleksandr Solzhenitsyn, ma neanche nella società civile, schiacciata da un potere che sempre di più somiglia a quello con cui si confrontava Sakharov.

L'eroe del lavoro dell'Urss (tre volte, nel 1953, nel 1956 e nel 1962), medaglia Stalin e medaglia Lenin, che negli anni Settanta del Novecento si trasforma nel punto di riferimento e nella voce dei dissidenti, l'oppositore dell'invasione dell'Afghanistan, non risuona nella società civile nell'epoca di Vladimir Putin.

Il padre della bomba termonucleare, poi Premio Nobel per la pace, l'esiliato, il perdonato, il leader dell'opposizione al Pcus, è rimasto confinato a una storia che pochi nel suo Paese sembrano voler conoscere prima ancora che usare. Anche perché "il suo nome non è nei libri di scuola", spiega all'Adnkronos Irina Scerbakova, storica e responsabile dei programmi educativi per i giovani di Memorial, l'organizzazione per il recupero della memoria delle vittime delle repressioni e per la difesa dei diritti civili che Sakharov aveva contribuito a fondare alla fine degli anni Ottanta del Novecento e di cui fu presidente onorario. L'organizzazione è inserita da cinque anni nell'elenco dei gruppi considerati 'agente straniero' e ora, in seguito alla nuova ondata repressiva, rischia di non poter più svolgere le sue attività.

Il movimento di protesta in Russia in questi ultimi dieci anni non ha fatto riferimento a Sakharov, a parte alcune eccezioni. Nessuno ha scandito il suo nome nei cortei di protesta, anche se a volte a Mosca sfilavano nel viale a lui intitolato, Prospekt Sakharova: "Tributo solo formale", come le statue, del potere al Premio Nobel per la pace, sottolinea Scerbakova, "è stato accettato, ma non i suoi obiettivi e non è stato accolto nella memoria ufficiale del Paese".

Gli attivisti che si riconoscono in Aleksei Navalny non lo usano come simbolo o riferimento, "troppo concentrati sulla corruzione e comunque con poco seguito nel Paese". E fra le poche figure politiche a nutrirsi dei suoi insegnamenti c'era l'ex fisico prima che politico Boris Nemtsov, ucciso di fronte al Cremlino il 27 febbraio del 2015.

"La Russia vive in un presente drammatico, da una parte, e dall'altra in un presente indifferente, in un presente neutrale", afferma in una intervista all'Adnkronos Piero Sinatti, uno dei più attenti osservatori dell'Unione Sovietica e della Russia come giornalista della Gazzetta del Popolo, Stampa sera e poi del Sole 24 ore e che continua a seguire con grande attenzione l'opposizione contro il regime di Putin. Non c'è nessuno che si riferisca a queste figure del passato, incluso Navalny. Le ragioni? Con l'Unione Sovietica, "è andato distrutto un intero sistema", inclusa la sua cultura e i suoi punti di riferimento.

Sakharov "non è ricordato, se non da una piccola parte della società che continua a considerarlo come una figura di primo piano", afferma Scerbakova. "Non ha avuto cariche ufficiali, non nei programmi di storia. E' morto troppo presto, quando iniziava a formarsi l'opposizione ufficiale nel nostro Paese. Il suo contributo alla politica è stato negli anni della Perestroika, che tutti in Russia considerano come un periodo crudele e vogliono dimenticare". Avrebbe potuto essere il leader dell'opposizione, la voce critica, l'autorità morale che ci manca", aggiunge la storica, precisando tuttavia che nel momento in cui la Russia si trasforma in una dittatura, "le cose hanno iniziato a cambiare e l'interesse nei confronti di Sakharov torna", anche grazie a questo anniversario. E' vero: "Se Sakharov fosse sopravvissuto, la sua voce sarebbe stata ascoltata", aggiunge Sinatti.

"E' stato una delle figure più importanti della cultura russa del Ventesimo secolo", sintetizza Francesca Gori, Presidente di Memorial Italia, in occasione del recente convegno "Cento anni di Andrei Sacharov. Lo scienziato dissidente che ha cambiato il Novecento", organizzato dall'associazione insieme alla Fondazione Gramsci e la Fondazione Circolo Fratelli Rosselli, in collaborazione con il Sacharovskij Centr di Mosca, Ed è importante "non solo per la sua attività di fisico, ma anche per il suo impegno politico. Il suo pensiero è pienamente attuale anche ai nostri giorni sui terreni della pace, del disarmo, della difesa e dell'affermazione dei diritti civili e umani. contro ogni dittatura, per l'amnistia di tutti i prigionieri politici".

Fra gli elementi più importanti della sua eredità, "l'indissolubile legame" fra pace, progresso e diritti umani di cui parlò nell'intervento che non fu autorizzato a fare direttamente, ma che fu la moglie Elena Bonner a leggere, alla cerimonia per la consegna del Nobel per la pace a Oslo, nel 1975. Tema mai come ora di attualità in un Paese che, oltre a calpestare i diritti dei suoi cittadini, ha smesso di crescere anche economicamente e in cui la leadership raccoglie consenso attraverso azioni militari.

Un Paese, la Russia, in cui la memoria viene di nuovo perseguita. Con la condanna, lo scorso anno, per "accuse inventate", a 13 di anni di carcere dello storico di Memorial Yuri Dmitriev, che aveva scoperto le fosse comuni in cui erano state sepolte le vittime della polizia segreta di Stalin in Karelia. Con il revival di Stalin, seppure soltanto per il suo ruolo nella Grande Guerra patriottica, o di quello di Henrich Jagoda, uno dei protagonisti del terrore, il cui ritratto campeggiava, di fronte al giudice e alle spalle dell'imputato, nell'aula di tribunale improvvisato in cui si è svolta l'udienza per la conferma della custodia cautelare di Navalny al suo ritorno in Russia lo scorso gennaio.